Speso solo il 3% dei fondi europei per digitalizzare la Pa. Secondo l’Osservatorio Politecnico di Milano l’Italia è 25esima su 28 per servizi online

Abbiamo sottolineato in tanti articoli quanto sia importante oggi essere digitali. La sfida della quarta rivoluzione industriale impone traguardi nuovi e nuove competenze sono necessarie in tutti i settori e professioni tradizionali, non solo quelle informatiche.

Gli effetti della digitalizzazione vanno ben oltre la creazione di nuove figure, piuttosto si legano ad una nuova innovazione di sistema, inclusiva, in grado di spostare l’attenzione ai percorsi che guardino al mercato e alle prospettive future delle imprese.

In quest’ottica oggi l’Italia digitale sembra sempre più prendere le sembianze di quella analogica. Fondi non spesi, resistenze, disomogeneità tra territori distanti rendono impossibile raggiungere standard di qualità opportuni. Ed il risultato è che l’Italia, che avrebbe pure 1,65 miliardi di euro da spendere tra 2014 e 2020 per digitalizzare la Pa, ne spende meno del 3% del totale. 50 milioni scarsi sono infatti i contributi investiti in questo senso e l’attuazione dell’agenza digitale e l’erogazione dei servizi online è davvero mediocre.

Il nostro paese, stando a quanto ci fa sapere l’Osservatorio Agenda digitale del Politecnico di Milano, è 25esimo su 28 nazioni. Alle nostre spalle solo la Bulgaria, la Romania e la Grecia, mentre Portogallo, Ungheria e Polonia proseguono il loro percorso speditamente. Per non parlare del Nord-Europa e delle vicine Francia e Germania che in fatto di servizi digitali, di connettività e utilizzo internet ci superano di gran lunga.
Nel Rapporto della School of Management le difficoltà dell’innovazione pubblica italiana sono ben visibili, malgrado nel nostro paese non si debba proprio partire da zero. Anni di miopia gravano sulla situazione attuale ma quello che oggi occorre sono gli investimenti, oltre ad un cambio dei modelli da attuare sui nuovi progetti.

Il problema più importante è sempre quello dell’ultimo miglio che collega digitalizzazione dei servizi pubblici ai cittadini che dovrebbero farne uso. Ci sono uffici digitali che rimangono deserti malgrado le identità digitali siano una realtà già da tempo memorabile ormai. E nel Rapporto si legge come l’Italia risulti come sempre divisa dalla provincia di Trento che ha un indice di digitalizzazione alto anche se inferiore alla media dell’Europa a questo tutto il Centro-Nord che tiene un profilo più alto delle medie nazionali fino a Centro Sud e Valle d’Aosta che fa peggio. La Calabria, addirittura dietro la Romania.

Giusto per fare un esempio banale, un italiano su dieci ha la carta di identità elettronica e circa 14mila dei 22mila enti pubblici italiani hanno già attivato i sistemi digitali per il pagamento di bolli auto, tasse, multe. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini non utilizza questi servizi, sia per disabitudine che per diffidenza nel far girare i propri soldi online. Il problema è infatti anche più ampio: solo il 68% degli italiani utilizza tutti i giorni Internet, una percentuale molto sotto la media europea.

E allora, sul tappeto, rimane una sola grande domanda: come dovrà progredire l’Italia sotto il profilo della digitalizzazione se siamo uno dei paesi con un elevato tasso di analfabetismo sotto il profilo più strettamente legato alla connettività?
Se anche il Paese riuscisse a fare un balzo in avanti, verso la completa digitalizzazione dei sistemi della Pa, chi li utilizzerebbe se non tutta la popolazione è in grado, alle porte del 2020, di accedere a questi servizi?
E’ evidente serva una riflessione più ampia per non lasciare indietro tutti coloro che non sono stati investiti dalla rivoluzione digitale e che, peggio ancora, non credono nel digitale come motore per il miglioramento e la semplificazione della vita.