supply chain act

La transizione ecologia stenta ad ingranare. Dopo gli agricoltori in protesta perché sentono di dover pagare tutto il prezzo della svolta green, anche dall’industria è arrivato un segnale di stop. E sono stati i governi a farsi portavoce degli industriali dei propri paesi.

Di che cosa stiamo parlando? Andiamo con ordine.

Stiamo parlando del Supply chain act, una misura europea che chiedeva alle grandi aziende UE di verificare la legittimità della propria supply chain. La norma è stata bloccata, la sua approvazione avrebbe richiesto la maggioranza qualificata, ma non è stata raggiunta per l’astensione dei governi d’Italia e Germania, ma anche Austria e Finlandia.

Cosa significa “verificare la legittimità della propria supply chian”?

In pratica il Supply chain act chiede alle grandi aziende di “responsabilizzarsi” riguardo alla catena di fornitura di cui si servono. Se la norma fosse passata, le imprese dell’Ue avrebbero dovuto verificare che, nei vari nodi della propria catena di approvvigionamento, non ci fossero “zone buie” quali: sfruttamento dei lavoratori, lavoro minorile, pratiche ambientali dannose, inquinamento, perdita di biodiversità…

Perché Germania e Italia si sono astenute?

Germania e Italia si sono astenute dimostrando di aver dato ascolto alle associazioni imprenditoriali dei rispettivi paesi.
La Germania ha asserito che esiste già una legge tedesca simile sul tema e il Supply chain act imporrebbe alle aziende del suo territorio oneri aggiuntivi.

Per quanto riguarda l’Italia, Confindustria aveva chiesto al Governo di astenersi. E così è stato.

La contrarietà verso questa misura è diffusa. Anche l’associazione delle confindustrie europee BusinessEurope aveva sottolineato che, obbligare le imprese ad effettuare verifiche su tutta la loro catena di fornitura, comporterebbe degli aumenti dei costi, con ripercussioni negative sulla competitività delle stesse imprese europee, soprattutto in questo periodo storico di incertezza e inflazione.

Una voce, quella degli industriali, che alcuni Governi hanno voluto dimostrare di saper ascoltare, soprattutto in un momento delicato come questo, così vicino alle votazioni europee.

Quali sono le responsabilità che il Supply chain act imputa alle imprese

Ad essere interessate dalla normativa sono le aziende sopra i 40 milioni di fatturato.
A queste imprese il Supply chain act chiede di

“individuare, far cessare, evitare, attenuare e dar conto
degli effetti negativi sui diritti umani e sull’ambiente
nelle loro operazioni, nelle controllate e nelle catene del valore
.”

Alle grandi imprese si chiede anche di avere un piano che, in linea con gli accordi di Parigi, preveda una strategia commerciale che concorra al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e mitigazione dei cambiamenti climatici.

Il Supply chain act verrebbe applicato a scaglioni:

  • Imprese con +1000 dipendenti entro il 2027
  • Imprese con +500 dipendenti e fatturato annuo netto di 150 milioni entro il 2028
  • Imprese con +250 dipendenti e fatturato annuo netto oltre i 40 milioni e che operano in settori ad alto rischio entro il 2029
  • Le società extra-UE dovranno conformarsi se la loro soglia di fatturato annuo è raggiunta dalle entrate nella Ue.

A vigilare su tutto sarebbero autorità incaricate dai singoli stati (che impongono sanzioni, ammende e ingiunzioni) e una rete europea per garantire un approccio coordinato.

Il Supply chain act

Il Supply chain act ufficialmente si chiama Corporate responsibility due diligence (Csddd) perché impone alle imprese un dovere di diligenza (due diligence) riguardo alla sostenibilità sociale di filiera. Chiede infatti esplicitamente alle imprese di assumersi la responsabilità di un comportamento sostenibile e responsabile, anche lungo tutta la filiera del valore che le compete.

L’intento della norma era arginare gli effetti dannosi dell’esternalizzazione della manodopera in Paesi terzi:

  • Condizioni di lavoro pessime
  • Sfruttamento delle risorse ambientali
  • Vantaggi economici rispetto alle aziende che non esternalizzano
  • Deresponsabilizzazione

Le imprese hanno sollevato principalmente 2 obiezioni:

  • L’aumento dei costi per far fronte alle attività di controllo e monitoraggio della supply chain
  • Possibili nuovi blocchi e congestioni nelle catene di fornitura nel caso in cui, un numero considerevole di imprese, modificasse simultaneamente e profondamente la propria supply chian

Insomma, l’idea sottintesa dalle imprese e dai Governi che hanno bloccato la legge, è che l’Europa dovrebbe promuovere la transizione con delle misure di agevolazione, non imporla con degli oneri.

La tendenza

Pur non essendo passata, questa norma ha messo in evidenza la necessità di porre maggiore attenzione alle filiere e di usare un approccio più sistemico quando si definisce un prodotto “sostenibile”. Se le grandi aziende inizieranno a scegliere i fornitori sulla base delle garanzie che riescono a dare in termini di sostenibilità, è possibile che le PMI italiane conquistino un posto di rilievo. Esse infatti operano all’interno di un’infrastruttura normativa condivisa e precisa, a differenza delle realtà che operano in altri paesi del mondo con regole meno stringenti, sia per quanto riguarda la difesa dei lavoratori che il rispetto dell’ambiente.

Domande frequenti

Cosa si intende per supply chain?

La supply chain, o catena di approvvigionamento, è il sistema complessivo di organizzazioni, persone, attività, informazioni e risorse coinvolte nella produzione e trasporto di prodotti o servizi dal fornitore al consumatore finale. Questo sistema include tutte le fasi del processo, dalla produzione alla distribuzione e alla consegna. La gestione della supply chain coinvolge la pianificazione e il coordinamento delle attività di approvvigionamento, produzione, trasporto e distribuzione al fine di ottimizzare l'efficienza, ridurre i costi e soddisfare le esigenze dei clienti. Questa gestione può coinvolgere anche la gestione dei fornitori, l'inventario, la logistica e la gestione dei flussi di informazioni lungo la catena di approvvigionamento.

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Che differenza c'è tra logistica e supply chain?

La logistica e la supply chain sono concetti strettamente correlati, ma si concentrano su aspetti diversi.

Logistica

La logistica si riferisce principalmente alla gestione dei movimenti e dello stoccaggio di materiali e prodotti lungo la catena di approvvigionamento. Include attività come trasporto, magazzinaggio, gestione dell'inventario e gestione delle spedizioni. La logistica si concentra sull'ottimizzazione dei flussi di merci, cercando di ridurre i costi e migliorare l'efficienza nell'esecuzione delle operazioni di trasporto e stoccaggio.

Supply Chain

La supply chain, o catena di approvvigionamento, è un concetto più ampio che include la logistica ma va oltre.Si occupa della gestione di tutte le attività coinvolte nella creazione e distribuzione di un prodotto o servizio, dall'acquisizione delle materie prime alla consegna al cliente finale. Oltre alla logistica, la supply chain coinvolge anche aspetti come la pianificazione della domanda, la gestione dei fornitori, la produzione, la pianificazione della produzione e la gestione dei rischi lungo l'intera catena di approvvigionamento. La supply chain si concentra sull'ottimizzazione di tutti i processi coinvolti nella catena di approvvigionamento, non solo sulla logistica, al fine di massimizzare l'efficienza complessiva e la soddisfazione del cliente. La logistica è una parte importante della supply chain, ma la supply chain abbraccia un concetto più ampio che include la gestione di tutte le attività coinvolte nella creazione e distribuzione di prodotti o servizi.

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Cosa fa chi si occupa di supply chain?

Le persone che lavorano nel campo della supply chain, o gestione della catena di approvvigionamento, svolgono una serie di compiti e responsabilità per garantire il corretto funzionamento della catena di approvvigionamento. Per approfondire: https://www.tcemagazine.it/56716/supply-chain-manager-cosa-fa-il-direttore-supply-chain/

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