Il comparto del sollevamento da tempo si chiede come essere più attrattivo verso le nuove generazioni, i giovani talenti che si affacciano al mondo del lavoro.
Probabilmente il primo fondamentale passo da fare è lasciare loro spazio.
Il secondo è dare loro voce, chiedergli che visione hanno, che futuro immaginano e di che cosa hanno bisogno per realizzarlo.

Ne abbiamo parlato con Lorenzo Salvadori, classe 2000, nuovo marketing manager per la divisione Access di IMER International.
Ecco cosa ci ha raccontato.

Quali cambiamenti ti piacerebbe vedere nel marketing della divisione Access di Imer International?

Mi piacerebbe rendere il nostro marketing più semplice da leggere e immediato da capire, ma allo stesso tempo più accattivante.
Nel nostro settore la complessità tecnica è inevitabile, ma non deve diventare un ostacolo. L’obiettivo è comunicare in modo chiaro il valore delle nostre macchine, aiutando il cliente a comprendere rapidamente i benefici concreti, senza rinunciare a un’estetica e a uno storytelling più moderni e coinvolgenti.

Si tratta di novità che riguardano più la strategia istituzionale o anche il modo di relazionarsi con i clienti?

Entrambe le cose.
Da un lato è importante rafforzare il posizionamento istituzionale della divisione Access, mantenendo però una linea coerente e parallela con le altre divisioni Imer, perché siamo un gruppo e dobbiamo comunicare come tale.
Dall’altro lato, credo sia fondamentale evolvere anche nel modo in cui dialoghiamo direttamente con clienti e dealer, rendendo la comunicazione più continua, più strutturata e meno legata solo ai momenti “evento”.

In un settore dove la fiera fisica conta ancora molto, che ruolo avranno digitale e automazione?

Ritengo la relazione “vis-à-vis” ancora centrale, soprattutto in un periodo storico in cui la fisicità si sta progressivamente perdendo.
Nel nostro settore la stretta di mano, la visita in azienda, il test macchina sono momenti fondamentali.
I canali digitali però hanno un ruolo strategico: devono renderci presenti e visibili attraverso uno schermo, un catalogo o una rivista online, ma soprattutto devono invogliare le persone a venire a toccare con mano ciò che comunichiamo.
Il digitale non sostituisce la relazione fisica: la prepara, la rafforza e la rende più efficace.

Cosa significa per te fare marketing in un’azienda come la tua? A cosa serve oggi il marketing?

Per me il marketing oggi non è solo promozione: è connessione tra prodotto, azienda e mercato.

In un’azienda come Imer Access significa tradurre la tecnologia in valore percepito. Non basta avere una macchina performante: bisogna spiegare perché quella performance fa la differenza nel lavoro quotidiano del cliente.

Il marketing serve a dare direzione, a supportare la rete commerciale, a costruire identità e fiducia nel tempo. È uno strumento strategico, non solo operativo.

Temi come elettrificazione, emissioni, sicurezza diventeranno più centrali?

Sì, e non solo nella comunicazione, ma nella strategia aziendale.

L’elettrificazione, la riduzione delle emissioni e la sicurezza sul lavoro non sono più argomenti “di tendenza”: sono requisiti di mercato.
La comunicazione dovrà essere sempre più chiara nel raccontare non solo le prestazioni delle macchine, ma anche il loro impatto ambientale e il contributo alla sicurezza degli operatori.
Credo che questi temi diventeranno sempre più centrali, anche perché i clienti stessi li richiedono.

Qual è la prima “vecchia abitudine” del marketing tradizionale che vorresti mandare in pensione?

L’idea che il marketing sia solo “fare il catalogo” o “organizzare la fiera”.
Il marketing non può essere solo supporto grafico.
Deve essere pianificazione, analisi dati, strategia di posizionamento e continuità nel tempo.
Vorrei superare la logica dell’azione singola e lavorare di più su un ecosistema coerente di comunicazione.

All’inizio hai accennato alla complessità tecnica del settore. Credi il marketing tecnico possa (o debba) essere “umanizzato”?

Assolutamente sì e credo che oggi sia quasi necessario.
Il nostro è un settore tecnico e “asciutto”, ma dietro ogni macchina c’è una persona che la utilizza, un imprenditore che investe, un operatore che lavora in sicurezza.
Umanizzare non significa banalizzare la tecnica, ma raccontarla in modo più vicino alle esigenze reali.
Inoltre i nuovi decision maker, spesso della mia generazione, sono abituati a comunicazioni più dirette, trasparenti e meno autoreferenziali. Vogliono capire rapidamente, ma vogliono anche sentirsi coinvolti.

Continuiamo a parlare della tua generazione: cosa pensi possa portare al mondo dell’impresa?

Credo una maggiore apertura al cambiamento e un approccio più naturale alle tecnologie digitali.
La mia generazione è abituata alla velocità dell’informazione, all’analisi dei dati, alla comunicazione immediata. Ma allo stesso tempo dà molto valore alla trasparenza, alla coerenza e alla cultura aziendale.
Possiamo portare un modo più fluido di costruire relazioni: meno formale, ma non meno professionale.

Come rendere un’azienda più appetibile per i talenti della tua generazione?

Un’azienda diventa attrattiva quando offre:

  • Visione chiara
  • Possibilità di crescita concreta
  • Apertura alle idee nuove
  • Coerenza tra valori dichiarati e comportamenti reali

La mia generazione cerca stabilità, ma anche stimoli.
Cerca un luogo dove poter contribuire davvero, non solo eseguire.

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