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Come sta l’acciaio italiano? Il quadro dal Siderweb FORUM 2026.

Per un settore abituato a misurarsi in milioni di tonnellate, cambiare unità di misura non è cosa da poco. Eppure è esattamente questo il cambio di paradigma che la siderurgia italiana si trova davanti: smettere di giocare la partita sul volume e cominciare a costruire il proprio vantaggio competitivo sulla qualità, sull’innovazione tecnologica e sul capitale umano. A dirlo non è un osservatore esterno, ma il cuore stesso della filiera, riunita a Milano lo scorso 12 maggio in occasione del siderweb FORUM 2026, dove è stato presentato lo studio “Industria & Acciaio 2050”.

Il documento è pensato per guardare lontano, fino alla metà del secolo, ma i numeri di oggi restituiscono già un quadro in movimento.

I numeri dell’acciaio italiano

Secondo i dati di Federacciai, a gennaio 2026 la produzione nazionale di acciaio si è attestata a 1,7 milioni di tonnellate, in crescita dell’1,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Il dato si inserisce in una traiettoria di recupero già avviata nel 2025, anno che si è chiuso a 20,7 milioni di tonnellate, con un incremento del 3,7% sul 2024.
A febbraio il passo è ulteriormente accelerato, con una crescita del 2,6% e una produzione di 1,9 milioni di tonnellate, portando il cumulato dei primi due mesi a 3,6 milioni di tonnellate, in aumento del 2,1% su base annua.
A marzo la produzione ha toccato i 2,1 milioni di tonnellate, con un incremento più contenuto dello 0,2%, chiudendo il primo trimestre a 5,6 milioni di tonnellate complessivi (+1,5% annuo).
La ripresa, dunque, c’è ma rimane selettiva e non priva di contraddizioni interne.

Il dato che meglio fotografa questa complessità è la divaricazione tra prodotti lunghi e prodotti piani.

PRODOTTI LUNGHI

I prodotti lunghi hanno mostrato a gennaio una crescita del 13,2%, raggiungendo 978 mila tonnellate, un segnale che viene dalle costruzioni e dalle infrastrutture, settori che tirano la domanda in questa fase.

PRODOTTI PIANI

I prodotti piani, invece, hanno registrato a gennaio una flessione dell’1,8%, fermandosi a 774 mila tonnellate: una debolezza che riflette la contrazione della domanda industriale, in particolare nell’automotive e negli elettrodomestici. A marzo i piani sono calati del 7,4%, con il trimestre che si chiude a 2,3 milioni di tonnellate, in contrazione del 6,7% rispetto al 2025.

È la fotografia di una siderurgia a due velocità, segnale di un mercato finale ancora incerto.

Per chi produce macchine e attrezzature per il sollevamento, la movimentazione delle merci e il cleaning industriale, questo quadro non è neutro.
I prodotti lunghi che alimentano costruzioni e infrastrutture sono gli stessi che forniscono l’ossatura strutturale degli impianti, la carpenteria metallica pesante, tralicci, telai per macchinari, costruzione di ponti.
I prodotti piani entrano nella costruzione di sistemi di movimentazione, di vasche, di telai e di componenti meccanici. La salute della siderurgia italiana è, di fatto, anche la salute della filiera meccanica a valle.

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Come l’acciaio italiano ed europeo può creare valore aggiunto

Su questi presupposti si innesta la riflessione strategica emersa al siderweb FORUM 2026. Antonio Marcegaglia, presidente e CEO di Marcegaglia Steel, ha messo il dito nella piaga: l’acciaio europeo non può più competere sui mercati globali facendo leva solo sul costo, ma deve puntare sulla qualità della manifattura, sulla capacità di creare valore aggiunto e prodotti complessi, anche grazie a competenze di eccellenza. È un cambio di posizionamento profondo, che riguarda l’intera filiera, non solo i produttori di acciaio.

Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha identificato tre pilastri su cui lavorare concretamente:

  • Cariche metalliche
    Sul primo fronte, uno studio di Boston Consulting segnala che entro il 2030 in Europa potrebbe verificarsi una carenza di rottame, materia prima essenziale per la siderurgia elettrica. Federacciai sta lavorando su due fronti paralleli: difendere la disponibilità interna di rottame e sviluppare impianti di riduzione diretta (DRI) fuori dall’Europa, con contatti già avviati con il gruppo Vale per possibili localizzazioni in Brasile o in Oman.
  • Costo dell’energia
    Sul gas, la posizione è pragmatica: è una fonte disponibile nel Mediterraneo e può essere impiegata come combustibile di transizione, accoppiandola alla cattura della CO2.
  • Risorse umane
    Sulla formazione, Gozzi ha citato un programma già avviato per la formazione di manutentori in Marocco, esempio di cooperazione industriale che crea valore tanto per le imprese italiane quanto per i Paesi di origine dei lavoratori.

L’acciaio italiano e la decarbonizzazione

Il vantaggio strutturale dell’Italia nel percorso verso la decarbonizzazione è reale e non va sottovalutato. La siderurgia nazionale è già basata per circa il 90% sul forno elettrico ad arco, che utilizza rottame come materia prima e presenta emissioni di CO2 sensibilmente inferiori rispetto all’altoforno integrato. È quella che Gozzi ha definito “la più grande macchina per l’economia circolare europea”, nata storicamente intorno alle centrali idroelettriche prealpine e oggi candidata a diventare ancora più verde con l’integrazione di energia rinnovabile. La sfida non è quindi partire da zero, ma completare la transizione nelle emissioni indirette (Scope 2), affrontare la disponibilità di rottame di qualità e governare il costo dell’energia.

Camilla Benedetti, vicepresidente del Gruppo Danieli e presidente di ABS, ha indicato una direzione precisa: il ripensamento della carbon footprint non può limitarsi all’acciaieria, ma deve estendersi alle materie prime, ai prodotti e all’intero processo. L’acciaio del futuro, nella sua visione, sarà verde, decarbonizzato e fondato su quattro pilastri: nuovi acciai, sostenibilità, servizio e know-how scientifico. Non è solo un obiettivo ambientale, è un modello di business.

L’acciaio italiano e l’innovazione tecnologica

Secondo lo studio presentato da siderweb, le aziende sono chiamate a potenziare la propria redditività attraverso investimenti in digitalizzazione, tecnologie avanzate e prodotti ad alto valore aggiunto.
Le startup rappresentano vettori di innovazione per le PMI, come ha sottolineato Marco Gay (co-founder di Zest e presidente di Unione Industriali Torino). Le piccole e medie imprese possono da un lato beneficiare delle innovazioni apportate dalle startup, dall’altro rappresentare un acceleratore per le stesse, trovando interlocutori in modo più diretto rispetto alle grandi imprese.
L’intelligenza artificiale è già presente nelle grandi acciaierie, ma sta entrando rapidamente anche nelle medie imprese: la capacità di leggere e interpretare i dati, ha osservato Benedetti, è diventata una competenza fondamentale quanto quelle manuali tradizionali.

L’Italia manterrà il secondo posto produttivo in Europa

Sul piano delle prospettive di lungo periodo, lo studio “Industria & Acciaio 2050” evidenzia che l’Italia manterrà il secondo posto produttivo in Europa, pur perdendo posizioni nel confronto globale a causa della dinamica demografica. Il consumo italiano di acciaio è atteso in calo di circa 4,5 milioni di tonnellate entro il 2050, complice l’invecchiamento e la riduzione della popolazione, oltre alla contrazione dell’automotive e delle costruzioni.

Tuttavia, opportunità concrete di rilancio potrebbero arrivare dalla riconversione dell’ex Ilva e dalla reindustrializzazione di Piombino, che potrebbero portare la produzione nazionale potenziale a circa 25,7 milioni di tonnellate a partire dal 2030. Sul fronte globale, la crescita della domanda di acciaio si sposterà progressivamente verso Africa e India, due mercati nei quali le competenze tecnologiche e costruttive italiane potrebbero ritagliarsi uno spazio significativo.

Competenze e personale per la siderurgia italiana

Il tema delle competenze taglia trasversalmente tutta la discussione strategica. La siderurgia italiana soffre già oggi di una grave carenza di personale, sia in ruoli altamente specializzati sia in figure operative.
Attrarre giovani, valorizzare il talento femminile, investire in formazione tecnica e digitale: sono priorità che il settore non può più trattare come accessorie. Come ha osservato Marcegaglia, l’integrazione tra intelligenza artificiale (inclusi i futuri sistemi umanoidi) e operatori qualificati diventa cruciale, ma richiede che i manager stessi acquisiscano nuove competenze per governare la trasformazione senza delegarla ciecamente alla macchina.

Cinzia Vezzosi, presidente di Assofermet, ha usato un’immagine efficace per descrivere la sfida collettiva: presentarsi sul mercato come segmenti singoli è perdente, bisogna creare sinergie di filiera. È un invito a spostare il focus dal prodotto alla strategia, a ragionare in termini di sistema.

Per i costruttori di macchine e impianti che usano acciaio – sollevamento, movimentazione, cleaning – questo significa dialogare con la siderurgia non solo come fornitori o clienti, ma come co-progettisti di soluzioni che incorporano qualità del materiale, specificità tecnica e contenuto di servizio.

L’acciaio italiano quindi non appare in ritirata ma in trasformazione. I numeri di inizio 2026 confermano una ripresa fragile ma reale; le grandi voci della filiera indicano una direzione convergente; i megatrend demografici, geopolitici e tecnologici definiscono il campo di gioco. Chi saprà leggere questa trasformazione in anticipo, adattando i propri prodotti, i propri processi e le proprie competenze, avrà un vantaggio reale. Chi aspetterà che il mercato si chiarisca da solo rischia di arrivare tardi a una partita che si sta già giocando.