reti collaborative per la sicurezza - TCE Magazine

Le reti collaborative per la sicurezza nell’era degli appalti

Considerate una situazione tipica nella logistica di magazzino o nell’edilizia: un lavoratore straniero assunto da un’agenzia interinale, distaccato presso un’impresa appaltatrice, che opera in un sito gestito da un committente principale.
Chi è responsabile della sua sicurezza?
Chi lo vigila?
Quale ispettore del lavoro ha giurisdizione, e su quale dei tre livelli della catena?

Non è una situazione eccezionale, in molti dei settori è la norma.
Dal Rapporto EU-OSHA 2026 emerge che nessuna agenzia singola può affrontare efficacemente questa complessità da sola.
La soluzione è il co-enforcement: la cooperazione strutturata tra ispettorati del lavoro, autorità fiscali, forze dell’ordine, enti previdenziali e, in alcuni casi, le stesse imprese del settore.
Vediamo alcune esperienze positive dell’approccio co-enforcement raccolte nel Rapporto.

Reti collaborative per la sicurezza in Norvegia

Quando l’ispettore del lavoro lavora nello stesso ufficio del poliziotto

Il modello norvegese di Inter-Agency Anti-Crime Cooperation è forse il più strutturato tra quelli analizzati. Non si tratta di “fare riunioni insieme” o firmare protocolli d’intesa: in Norvegia, i rappresentanti dell’ispettorato del lavoro, dell’amministrazione fiscale, del sistema previdenziale (NAV) e della polizia lavorano fisicamente nello stesso ufficio, in otto centri regionali distribuiti nel paese.

L’obiettivo dichiarato è il contrasto al “social dumping”, l’insieme di pratiche con cui alcuni datori di lavoro sfruttano lavoratori stranieri pagandoli meno del minimo, facendoli lavorare in condizioni di sicurezza inadeguate, evadendo contributi e tasse. Queste violazioni attraversano per definizione i confini di più agenzie: una sola non ha visione completa, né gli strumenti per intervenire su tutti i fronti contemporaneamente.

Il coordinamento avviene su 3 livelli:

  1. gruppi di intelligence (analisi condivisa dei dati)
  2. gruppi di controllo (ispezioni congiunte)
  3. gruppi di steering (coordinamento strategico)

Il modello include anche il contributo del settore privato: la coalizione Fair Play Bygg, composta da imprese edili, fornisce informazioni operative sulle pratiche di non conformità del settore, un esempio di come la stessa industria possa diventare attore della vigilanza, non solo oggetto.

Una valutazione del 2022 ha identificato come barriera principale ancora irrisolta la mancanza di sistemi IT condivisi tra le diverse agenzie: le informazioni vengono ancora scambiate caso per caso, il che riduce l’efficienza operativa. La raccomandazione è utilizzare piattaforme integrate di gestione della conoscenza.

Reti collaborative per la sicurezza in Portogallo

Team a “geometria variabile”

Il Portogallo ha adottato un approccio diverso, che il rapporto definisce “geometria variabile”: i team di ispezione congiunta cambiano composizione a seconda del tipo di violazione da affrontare.
I Gruppi Operativi Interistitucionais (GIO) portano insieme, in ispezioni coordinate:

  • ispettori del lavoro (ACT)
  • forze di sicurezza
  • Agenzia Fiscale
  • Istituto di Sicurezza Sociale
  • Autorità per la Sicurezza Alimentare ed Economica (ASAE)

Il sistema opera su 3 livelli: interministeriale, interistituzionale e settoriale.
I protocolli definiscono in anticipo il ruolo di ciascuna agenzia per ogni tipo di operazione. Nel 2023 sono state condotte 2.154 azioni di ispezione congiunta, in crescita rispetto alle 850 del 2020. Nei soli primi nove mesi del 2024, le azioni congiunte erano già 1.389.

Il vantaggio è quello di intervenire contemporaneamente su violazioni correlate: un’azienda che non rispetta le norme di sicurezza spesso evade anche i contributi, impiega lavoratori in nero, non rispetta le norme sul lavoro straniero. Quando le agenzie operano separatamente, l’impresa può essere multata su un fronte e continuare indisturbata sugli altri. Quando operano insieme, l’impatto è molto più ampio.

Reti collaborative per la sicurezza in Polonia

Tre modelli complementari, un obiettivo comune

La Polonia offre forse il quadro più articolato, con 3 approcci distinti che il rapporto analizza separatamente ma che si integrano tra loro.

  1. Il primo è il sistema di accordi di partenariato: l’Ispettorato Statale del Lavoro polacco (PIP) ha stipulato accordi formali con 22 autorità statali e 12 partner sociali, creando una rete di cooperazione per ispezioni congiunte e condivisione di conoscenze. Non sempre questi accordi si traducono in coordinamento operativo efficace (il rapporto segnala che spesso mancano piani di azione concreti) ma il framework è solido.
  2. Il secondo è il programma settoriale “Construction. STOP accidents!”: ispirato a un principio di responsabilità condivisa tra regolatore e regolati, il programma combina ispezioni intensive e campagne educative nel settore edile. Nel corso del programma sono state condotte 405 sessioni di formazione che hanno raggiunto 7.817 partecipanti, oltre a campagne mediatiche che hanno raggiunto milioni di persone.
  3. Il terzo — e forse il più innovativo — è l’“Accordo per la Sicurezza in Edilizia”, un’iniziativa guidata dall’industria stessa: 17 grandi imprese di costruzione hanno aderito volontariamente a uno standard di sicurezza armonizzato, implementato attraverso comitati tecnici e protocolli condivisi. L’ispettorato del lavoro svolge un ruolo di supporto, non di comando. Il risultato documentato nel periodo di vigenza dell’accordo è significativo: gli incidenti mortali nel settore edile sono passati da 21,49 per 100.000 dipendenti nel 2009 a 5,18 nel 2018. Anche tenendo conto che altri fattori hanno contribuito a questo trend, la correlazione è significativa.

Le criticità delle reti collaborative per la sicurezza: il coordinamento non è automatico

Il rapporto non nasconde i punti deboli.

In Norvegia, nonostante la co-localizzazione fisica, le agenzie non condividono ancora sistemi informatici: ogni caso richiede soluzioni ad hoc.
In Portogallo, la composizione variabile dei team richiede pianificazione elaborata e può rallentare le risposte urgenti.
In Polonia, gli accordi di partenariato spesso restano formali, senza tradursi in azioni di campo coordinate.

C’è anche il tema delle piccole imprese e dei subappaltatori: il modello polacco di accordo tra grandi costruttori funziona bene per la filiera principale, ma raggiunge con difficoltà le micro-imprese che operano come terzisti. Le PMI tendono a restare fuori dai radar di questi sistemi collaborativi, proprio come restano fuori dai sistemi di enforcement tradizionali.

Le implicazioni per la filiera logistica e del cleaning

Nonostante le criticità riscontrate, il co-enforcement è un approccio che chi opera in settori caratterizzati da catene di appalto lunghe, lavoro interinale e presenza significativa di lavoratori stranieri, dovrebbe prendere in considerazione.

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Non ci si può aspettare che l’irregolarità passi inosservata perché riguarda “solo” la sicurezza e non la fiscalità, o viceversa. Quando le agenzie lavorano insieme, le violazioni su un fronte diventano immediatamente visibili sugli altri.

Per le imprese che vogliono costruirsi una reputazione positiva, e che vogliono selezionare fornitori e subappaltatori affidabili, questi modelli suggeriscono una direzione:

  • partecipare attivamente ai tavoli settoriali
  • aderire a protocolli di sicurezza condivisi
  • contribuire con informazioni ai sistemi di vigilanza.

In Polonia, le grandi imprese edili che hanno firmato l’accordo non lo hanno fatto per altruismo ma perché hanno compreso che un ambiente di lavoro sicuro lungo tutta la filiera riduce i costi, migliora la qualità e protegge la reputazione.