
Gli esoscheletri occupazionali sono da tempo entrati nel dibattito sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Se ne parla nell’industria, nella logistica, nell’edilizia, nella movimentazione manuale dei carichi e in tutti quei contesti in cui l’operatore è sottoposto a posture incongrue, movimenti ripetitivi o anche sforzi fisici prolungati.
Oggi vogliamo però sondare un aspetto preciso: un esoscheletro occupazionale può essere considerato un dispositivo di protezione individuale?
Allo stato attuale, la risposta è no.
Secondo le indicazioni più recenti elaborate da Inail, questi dispositivi indossabili, pur potendo assistere il lavoratore durante alcune attività e ridurre il carico biomeccanico su specifici distretti corporei, non possono essere qualificati come DPI ai sensi del Regolamento (UE) 2016/425 e dell’articolo 74 del d.lgs. 81/2008.
Il punto centrale è scientifico prima ancora che normativo: mancano studi epidemiologici longitudinali su larga scala, condotti su periodi medio-lunghi e su numeri significativi di lavoratori, capaci di dimostrare con certezza l’efficacia degli esoscheletri occupazionali nella riduzione del rischio di patologie da sovraccarico biomeccanico.
Un passo indietro: cosa sono gli esoscheletri occupazionali?
Gli esoscheletri occupazionali sono dispositivi indossabili progettati per assistere il lavoratore durante l’esecuzione di determinate attività. Possono agire sulla schiena, sulle spalle, sugli arti superiori, sugli arti inferiori o su più distretti corporei, fornendo un supporto meccanico o robotico al movimento.
In base al principio di funzionamento, possono essere passivi, attivi o semi-attivi. Gli esoscheletri passivi sfruttano elementi meccanici come molle, elastici o sistemi di bilanciamento. Quelli attivi utilizzano motori, sensori, attuatori e sistemi di controllo alimentati da batterie. I dispositivi semi-attivi combinano entrambe le logiche.
Il loro obiettivo è alleggerire lo sforzo fisico in attività come il sollevamento manuale di carichi, il mantenimento di posture statiche, il lavoro con le braccia sollevate o le operazioni ripetitive. In questo senso rappresentano una tecnologia interessante per la prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici, soprattutto nei contesti industriali e logistici.
Perché gli esoscheletri occupazionali non sono DPI?
La definizione di dispositivo di protezione individuale, nel quadro del d.lgs. 81/2008, riguarda le attrezzature indossate dal lavoratore con lo scopo di proteggerlo da uno o più rischi per la salute o la sicurezza durante il lavoro.
Il problema, nel caso degli esoscheletri occupazionali, riguarda proprio la dimostrazione della protezione.
Un DPI deve avere una funzione protettiva riconosciuta, misurabile e riferibile a rischi specifici. Un casco protegge il capo da determinati impatti. Un guanto protegge la mano da rischi meccanici, chimici o termici secondo specifiche prestazioni. Una calzatura antinfortunistica risponde a requisiti tecnici verificabili.
Per gli esoscheletri occupazionali, invece, il quadro è più complesso. La riduzione dello sforzo muscolare in una determinata attività può essere documentata attraverso test biomeccanici, misurazioni elettromiografiche o valutazioni ergonomiche. Questo, però, non equivale automaticamente alla dimostrazione che il dispositivo riduca nel tempo l’insorgenza di patologie muscoloscheletriche in una popolazione lavorativa reale.
In altre parole, un esoscheletro può assistere il movimento, alleggerire una parte del corpo o ridurre la fatica percepita. Questo non basta, oggi, per attribuirgli lo status di DPI.
La posizione di Inail
La posizione di Inail è prudente e molto chiara: l’esoscheletro occupazionale, in assenza di evidenze epidemiologiche consolidate, non rientra nel campo di applicazione del Regolamento (UE) 2016/425 sui dispositivi di protezione individuale. Di conseguenza, non può essere definito DPI ai sensi dell’articolo 74 del d.lgs. 81/2008.
Questa interpretazione ha ricadute pratiche importanti. L’esoscheletro non può essere trattato come una semplice dotazione individuale da consegnare al lavoratore per considerare risolto un rischio da movimentazione manuale dei carichi o da postura incongrua.
Il datore di lavoro deve quindi inserirlo in una valutazione più ampia, che tenga conto del compito da svolgere, dell’organizzazione del lavoro, delle caratteristiche del lavoratore, dei possibili effetti collaterali e delle nuove condizioni di rischio generate dall’utilizzo del dispositivo.
Più vicino a un’attrezzatura di lavoro
Inail evidenzia che l’esoscheletro occupazionale deve essere gestito, secondo un principio di cautela, assimilandolo alla categoria più affine: quella dell’attrezzatura di lavoro.
Anche se questi dispositivi non calzano sempre perfettamente la definizione tradizionale di attrezzatura, influenzano direttamente l’operatività del lavoratore. Per questo devono essere considerati nella valutazione dei rischi e ricondotti agli obblighi previsti dal Titolo III del d.lgs. 81/2008.
Questo significa che l’introduzione di un esoscheletro in azienda richiede una procedura strutturata. Serve valutare l’idoneità del dispositivo rispetto al compito, analizzare le condizioni reali di utilizzo, prevedere informazione, formazione e addestramento, definire modalità di manutenzione, verificare l’accettabilità da parte degli operatori e monitorare gli effetti nel tempo.
L’esoscheletro, quindi, non entra in azienda come accessorio da indossare. Entra come tecnologia che modifica l’interazione tra persona, macchina, movimento e ambiente di lavoro.
Benefici possibili e rischi da valutare
Gli studi disponibili indicano che gli esoscheletri possono offrire benefici in alcuni compiti specifici. Possono ridurre l’attivazione muscolare, alleggerire il lavoro della schiena, sostenere le spalle nei lavori sopra testa, diminuire la fatica percepita o migliorare la stabilità in alcune posture.
Sono aspetti rilevanti, soprattutto in settori nei quali molte attività restano difficili da automatizzare completamente. Pensiamo alla logistica di magazzino, al montaggio industriale, alla manutenzione, all’edilizia, alla produzione automotive, alla movimentazione di componenti o al lavoro in posizioni forzate.
In questi ambiti e modalità, l’esoscheletro può diventare uno strumento di supporto ergonomico, utile se inserito dentro un progetto più ampio di prevenzione.
Accanto ai benefici, ci sono però anche rischi e limiti da considerare. Un esoscheletro può spostare il carico da una parte del corpo a un’altra, generare compressioni o fastidi nei punti di contatto, limitare alcuni movimenti, interferire con l’equilibrio, aumentare il rischio di inciampo o caduta, creare problemi di compatibilità con altri dispositivi e influire sulla percezione del rischio da parte dell’operatore.
Nei dispositivi attivi si aggiungono anche aspetti legati a batterie, sistemi elettrici, sensori, software, attuatori, malfunzionamenti e sicurezza funzionale. Nei dispositivi passivi, invece, il tema riguarda spesso la rigidità della struttura, la distribuzione delle forze e l’adattabilità a persone e compiti diversi.
C’è poi un aspetto organizzativo da tenere in considerazione e cioè che l’esoscheletro può essere percepito come un aiuto reale, oppure come un’imposizione. La sua efficacia dipende anche dall’accettazione da parte del lavoratore, dalla comodità, dalla semplicità d’uso, dal tempo necessario per indossarlo e toglierlo, dalla libertà di movimento e dalla compatibilità con il ritmo produttivo.
La gerarchia della prevenzione resta centrale
L’introduzione di un esoscheletro non deve diventare una scorciatoia per evitare interventi più strutturali. La prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici parte dall’eliminazione o dalla riduzione del rischio alla fonte: riprogettazione delle postazioni, automazione dove possibile, ausili di sollevamento, revisione dei layout, riduzione dei pesi, rotazione delle mansioni, organizzazione dei tempi di lavoro, formazione e valutazione ergonomica.
L’esoscheletro può affiancare queste misure, soprattutto quando il rischio residuo resta presente e quando il compito lavorativo non può essere ripensato in modo sufficiente con interventi tecnici o organizzativi. Il suo utilizzo richiede quindi un approccio sperimentale, progressivo e monitorato. Prima si valuta il compito. Poi si seleziona il dispositivo. Si coinvolgono i lavoratori. Si testa l’esoscheletro su attività precise. Si raccolgono dati, feedback, eventuali criticità e si decide se estenderne l’uso.
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Per maggiori info sugli esoscheletri occupazionali, scarica il documento Inail Esoscheletri occupazionali – considerazioni su salute e sicurezza da cui abbiamo tratto le principali informazioni di questo articolo.























