
Il tema della carenza di conducenti torna al centro del dibattito sull’autotrasporto merci. Nei prossimi cinque anni, secondo i dati contenuti nella quinta edizione di 100 numeri per capire l’autotrasporto, 86.244 autisti oggi in servizio raggiungeranno l’età pensionabile; una quota pari al 28% dell’attuale forza lavoro.
È un dato che racconta una fragilità strutturale dell’intero sistema logistico italiano, perché il trasporto su gomma continua a rappresentare l’asse portante della movimentazione delle merci nel Paese. In Italia, infatti, oltre il 90% delle merci viaggia su strada. Questo significa che ogni difficoltà nel reperire conducenti si riflette direttamente sulla continuità delle filiere, sui tempi di consegna e sulla capacità delle imprese di garantire servizi regolari.
Le ragioni della carenza di autisti in Italia
La questione anagrafica è uno dei nodi principali. In Italia l’età media degli autisti di camion è di circa 50 anni, superiore rispetto alla media europea, che si ferma a 47 anni. Un simile scarto scarto conferma una tendenza già nota agli operatori e cioè che l’autotrasporto fatica ad attrarre nuove generazioni e il ricambio professionale procede con numeri troppo bassi rispetto alle uscite previste.
Per compensare i soli pensionamenti, sarebbero necessari oltre 17mila nuovi conducenti ogni anno. Negli ultimi due anni, però, l’incremento dei giovani alla guida di mezzi pesanti si è fermato a circa 2mila unità. Il divario tra chi esce dal settore e chi entra resta quindi molto ampio.
A complicare il quadro si aggiunge un altro dato significativo: quasi 25mila autisti tra i 30 e i 50 anni avrebbero lasciato la professione negli ultimi due anni.
Si tratta di una fascia d’età centrale per esperienza, produttività e continuità operativa. La loro uscita segnala che il problema riguarda anche la capacità del settore di trattenere competenze già formate.
La carenza di autisti è anche una questione europea
L’allarme conducenti riguarda l’Italia ma si inserisce in uno scenario europeo più ampio. In Europa i posti vacanti nel trasporto merci su strada sarebbero circa 500mila. In assenza di interventi efficaci, nei prossimi tre-cinque anni potrebbero arrivare a un milione.
La Commissione europea guarda anche al ricorso a conducenti provenienti da Paesi extra UE come possibile risposta alla carenza di personale. La strada, però, appare complessa. Al momento, tra i Paesi terzi, il Marocco viene indicato come uno dei pochi con percorsi di qualificazione professionale in larga parte comparabili a quelli europei. Il tema della formazione, del riconoscimento delle competenze e dell’allineamento agli standard comunitari resta quindi decisivo.
L’inserimento di nuovi conducenti richiede tempi, percorsi abilitativi, costi e procedure. Per questo la carenza di autisti va letta come un problema da affrontare con pianificazione, politiche attive e strumenti capaci di rendere la professione più accessibile e sostenibile.
Perché la professione attira sempre meno?
La difficoltà a trovare autisti viene spesso ricondotta al tema economico. La retribuzione conta, naturalmente, ma i dati raccontano una situazione più articolata. Secondo quanto emerge dalla ricerca, oltre il 90% degli autisti segnala criticità legate alla qualità del lavoro quotidiano.
Tra i problemi più sentiti ci sono:
- l’accesso alle aree di sosta, spesso considerate insufficienti, poco presidiate o poco sicure
- le lunghe attese nei luoghi di carico e scarico
- la pressione sui tempi di consegna
- il trattamento ricevuto presso alcune sedi operative
- la distanza prolungata da casa e dagli affetti.
Sono elementi che incidono sulla percezione della professione e sulla sua attrattività. Guidare un camion oggi significa lavorare dentro un sistema molto esigente, nel quale puntualità, sicurezza, rispetto dei tempi e gestione degli imprevisti ricadono spesso direttamente sul conducente.
Rendere la professione più attrattiva significa quindi intervenire anche su infrastrutture, organizzazione della filiera, tempi di attesa, servizi dedicati agli autisti e riconoscimento del loro ruolo.
Cambia anche la struttura delle imprese
Il rapporto fotografa anche una trasformazione profonda del tessuto imprenditoriale dell’autotrasporto italiano. Il modello del padroncino, cioè dell’impresa mono-veicolare, appare sempre più fragile. Negli ultimi dieci anni oltre 20mila ditte individuali hanno cessato l’attività, con una riduzione di circa il 40%.
Parallelamente, il settore sembra concentrarsi nelle mani di imprese più strutturate. Al 31 marzo 2026 risultano attive 98.585 aziende iscritte all’Albo degli autotrasportatori. Una piccola quota di queste, pari all’1,08%, possiede però il 32,5% del parco mezzi e genera circa il 29% del fatturato complessivo del comparto.
È un passaggio rilevante perché cambia il profilo dell’autotrasporto italiano. La figura del piccolo imprenditore con un solo mezzo, per decenni parte essenziale del settore, incontra oggi difficoltà legate ai costi, alla burocrazia, al ricambio generazionale e alla capacità di reggere un mercato sempre più competitivo.
Le aziende più grandi riescono spesso a organizzare meglio flotta, personale, manutenzione, tecnologie e servizi. Per le realtà più piccole, invece, il contesto appare più impegnativo, soprattutto in una fase segnata da costi energetici elevati e margini sotto pressione.
Una sfida che riguarda tutta la logistica
In definitiva, la carenza di autisti va letta come una questione industriale e strategica. Il camion resta uno snodo fondamentale della logistica italiana: collega porti, interporti, magazzini, stabilimenti produttivi, punti vendita e cantieri. Senza conducenti disponibili, formati e messi nelle condizioni di lavorare in modo sicuro e dignitoso, il rischio è quello di rallentare l’intera catena di approvvigionamento.
Per affrontare il problema servirà un lavoro su più livelli: formazione, accesso alla professione, qualità delle condizioni operative, infrastrutture di sosta, sicurezza, tempi di carico e scarico, innovazione organizzativa e riconoscimento sociale del mestiere.
Il dato sugli 86.244 autisti prossimi alla pensione è quindi un campanello d’allarme molto concreto perché racconta un settore chiamato a rinnovarsi rapidamente, prima che il vuoto generazionale diventi un limite operativo per tutta la logistica nazionale.
























