Logistica e produzione: il rumore è un rischio da ascoltare prima che sia troppo tardi - TCE Magazine rischio rumore

Nel mondo della logistica, della movimentazione merci e della produzione industriale si parla spesso di sicurezza legata a carrelli elevatori, scaffalature, investimento dei pedoni, movimentazione manuale dei carichi o rischio meccanico. Meno spesso, invece, ci si ferma su un rischio più silenzioso solo in apparenza: il rumore.

Eppure il rumore è una presenza costante in molti ambienti di lavoro. Lo troviamo nei magazzini con carrelli in movimento, transpallet elettrici, rulliere, baie di carico, portoni industriali, avvisatori acustici, compressori, impianti automatici e linee di confezionamento. Lo troviamo ancora di più negli ambienti produttivi, dove presse, macchine utensili, avvitatori, sistemi pneumatici, taglio, saldatura, imballaggio e movimentazione interna creano un fondo sonoro continuo.

Il problema è che il rumore viene spesso percepito come una normale conseguenza del lavoro. Ci si abitua, si alza la voce, si accetta la fatica di fine turno, anche se proprio questa abitudine può diventare pericolosa.

Non è solo “rumore di fondo”: cosa succede davvero in reparto

Il rischio rumore è l’esposizione dei lavoratori a livelli sonori tali da poter provocare danni alla salute, alla sicurezza e al benessere durante l’attività lavorativa.

Non si parla solo del rumore improvviso, forte e fastidioso. Anche un rumore continuo, ripetuto ogni giorno, può diventare un fattore di rischio.
Nella valutazione tecnica si considera il livello di esposizione giornaliera al rumore, indicato come LEX,8h, cioè il valore medio ponderato su una giornata lavorativa nominale di otto ore. A questo si affianca anche la pressione acustica di picco, importante per valutare i rumori impulsivi o improvvisi. Il D.Lgs. 81/2008 prevede tre soglie principali: 80 dB(A) come valore inferiore di azione, 85 dB(A) come valore superiore di azione e 87 dB(A) come valore limite di esposizione.

In un magazzino o in un reparto produttivo, il rumore può avere diverse origini. Può arrivare dai mezzi in movimento, dai motori, dai sistemi di ventilazione, dai nastri trasportatori, dalle operazioni di carico e scarico, dagli urti tra materiali, dagli avvisi sonori o dalle lavorazioni meccaniche.

Il primo effetto a cui si pensa è la perdita dell’udito. Ma non è l’unico. L’esposizione al rumore può causare anche acufeni, affaticamento, difficoltà di concentrazione, irritabilità, stress e problemi di comunicazione. In un ambiente logistico, questo aspetto è particolarmente delicato: se un lavoratore non sente bene un avviso, un mezzo in avvicinamento o la voce di un collega, il rumore può diventare anche un fattore indiretto di incidente.

Eurofound evidenzia infatti che l’esposizione al rumore sul lavoro è collegata non solo a problemi uditivi, come perdita dell’udito e tinnitus, ma anche a effetti extrauditivi come stress, affaticamento, possibili problemi cardiovascolari e aumento del rischio di infortuni, perché ostacola la comunicazione e la percezione dei segnali di pericolo.

Quanti lavoratori convivono ogni giorno con il rumore?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il rumore non riguarda solo pochi settori industriali estremi, è un rischio molto più diffuso di quanto si pensi.

Secondo l’European Working Conditions Telephone Survey 2021, richiamata da EU-OSHA, il 17% dei lavoratori nell’Unione Europea dichiara di essere esposto “spesso” o “sempre” a rumori forti durante il lavoro.

Il dato è interessante perché ci ricorda una cosa: il rumore non è un problema marginale. È una condizione quotidiana per una quota importante di lavoratori europei.

Nel contesto italiano, gli open data Inail sulle malattie professionali del 2024 avevano mostrato che, tra le malattie dell’orecchio e dell’apofisi mastoide, i casi classificati come “effetti del rumore sull’orecchio interno – ipoacusia da rumore, trauma acustico” erano 2.103, pari al 98,04% del totale di quella categoria.

Guardando alla distribuzione per settore, sempre nei dati Inail 2024, le malattie dell’orecchio interno risultano particolarmente presenti nell’industria e nell’artigianato, con numeri più elevati nei comparti legati a costruzioni, installazioni, manutenzioni, metalmeccanica, legno e altre attività produttive.

Questo non significa che ogni magazzino sia automaticamente un luogo ad alto rischio rumore. Significa però che in tutti gli ambienti dove convivono movimentazione, mezzi, impianti, carico/scarico e produzione, il rumore non dovrebbe essere liquidato come semplice sottofondo (poco musicale!).

Ipoacusia da rumore: quando il danno diventa professionale

Il rischio rumore può causare una malattia professionale, in particolare l’ipoacusia da rumore.

L’ipoacusia da rumore è una perdita dell’udito legata all’esposizione prolungata o intensa a livelli sonori elevati. È una condizione spesso progressiva: non sempre ci si accorge subito del danno. All’inizio può sembrare solo una maggiore difficoltà a seguire le conversazioni in ambienti affollati, un fischio nelle orecchie a fine giornata, la necessità di alzare il volume della televisione o di chiedere più spesso agli altri di ripetere.

Il Portale Agenti Fisici ricorda che l’ipoacusia da rumore è inclusa nelle tabelle Inail delle malattie professionali nell’industria e nell’agricoltura, formulate per il riconoscimento assicurativo. Tra le lavorazioni indicate rientrano anche quelle non occasionali che comportano un’esposizione personale, giornaliera o settimanale, a livelli di rumore superiori a 80 dB(A).

Questo è un passaggio importante: non serve immaginare solo ambienti estremi. Anche un’esposizione ripetuta nel tempo, se non gestita, può creare le condizioni per un danno.

La prevenzione, quindi, deve partire prima dei sintomi. Quando il lavoratore si accorge di sentire meno, spesso una parte del danno è già presente. Per questo la valutazione del rischio, la misurazione dei livelli sonori, la manutenzione delle attrezzature, l’organizzazione dei turni, la riduzione del rumore alla fonte e l’uso corretto dei dispositivi di protezione sono passaggi fondamentali.

Tappi, cuffie e otoprotettori su misura: come proteggere l’udito senza isolarsi dal lavoro

Quando si parla di protezione dell’udito, spesso si usano termini diversi. In ambito tecnico il termine corretto è otoprotettori, dispositivi di protezione individuale pensati per proteggere l’apparato uditivo dall’esposizione eccessiva al rumore.

Gli otoprotettori possono essere di vari tipi: tappi auricolari monouso, inserti riutilizzabili, archetti, cuffie antirumore, cuffie montate su elmetto oppure dispositivi su misura. La scelta non dovrebbe essere casuale, perché non tutti i rumori sono uguali e non tutti i lavoratori svolgono la stessa mansione.

Un buon otoprotettore deve ridurre il rumore ma non isolare completamente il lavoratore dal contesto. In logistica questo è essenziale: chi lavora in magazzino deve poter percepire segnali acustici, mezzi in avvicinamento, allarmi e comunicazioni operative. La protezione, quindi, deve essere adeguata al rischio, ma anche compatibile con il lavoro reale.

Gli otoprotettori rientrano tra i DPI per la protezione dell’udito e devono permettere di proteggere il lavoratore dall’esposizione eccessiva ai rumori, mantenendo comunque una percezione dell’ambiente circostante, soprattutto in presenza di segnali acustici di emergenza.

Gli otoprotettori su misura possono essere una soluzione interessante per chi lavora molte ore in ambienti rumorosi. Possono offrire maggiore comfort, migliore stabilità e una protezione più costante, perché vengono realizzati sulla forma dell’orecchio del lavoratore. Questo può favorire anche l’uso continuativo del dispositivo, che è uno dei punti più critici nella prevenzione. Perché un DPI funzioni, infatti, deve essere indossato correttamente e per tutto il tempo necessario. Un otoprotettore lasciato in tasca, usato solo a tratti o inserito male riduce drasticamente la sua efficacia.

Nel mondo della logistica e della produzione, dove sicurezza, efficienza e continuità operativa devono convivere ogni giorno, proteggere l’udito significa proteggere una parte importante della salute dei lavoratori. Il rumore non si vede, spesso viene sottovalutato e raramente genera allarme immediato. Ma nel tempo può lasciare conseguenze permanenti.

Per questo parlarne è il primo passo. Misurarlo è il secondo. Ridurlo e proteggersi nel modo corretto è ciò che fa davvero la differenza.