
In un magazzino non tutto può essere automatizzato, anche negli impianti più evoluti rimangono attività nelle quali flessibilità, capacità decisionale e manualità dell’operatore continuano a essere indispensabili. In questa zona di confine tra automazione e lavoro manuale stanno trovando uno spazio sempre maggiore gli esoscheletri occupazionali.
Dispositivi indossabili progettati per assistere alcuni movimenti o sostenere determinati distretti corporei, con l’obiettivo di ridurre l’impegno fisico dell’operatore durante mansioni particolarmente gravose.
La logistica è uno dei settori nei quali il tema sta assumendo maggiore interesse. Movimentazione manuale dei carichi, movimenti ripetitivi e posture mantenute nel tempo sono tra i fattori associati ai disturbi muscoloscheletrici lavoro-correlati. Sappiamo però che indossare un esoscheletro non significa automaticamente eliminare il rischio.
È probabilmente questo il messaggio più importante che emerge dalla monografia “Esoscheletri occupazionali. Considerazioni su salute e sicurezza”, realizzata dai dipartimenti di ricerca Inail Dimeila e Dit.
Che cosa fa davvero un esoscheletro occupazionale?
L’immagine fantascientifica di una struttura capace di moltiplicare la forza umana rischia di essere fuorviante. Gli esoscheletri utilizzati negli ambienti di lavoro hanno generalmente un obiettivo molto più concreto e cioè fornire assistenza fisica a determinati distretti corporei durante specifiche attività.
Possono, per esempio, sostenere la zona lombare durante alcuni movimenti di sollevamento, alleggerire il lavoro delle spalle quando le braccia devono essere mantenute sollevate oppure accompagnare particolari gesti ripetitivi.
Inail segnala che le sperimentazioni disponibili mostrano risultati interessanti soprattutto in termini di riduzione del carico biomeccanico e dell’affaticamento nel breve periodo. Restano invece ancora limitate le evidenze sugli effetti dell’impiego continuativo nel medio e lungo periodo e nelle condizioni operative reali.
Sappiamo che gli esoscheletri sono di diverse tipologie:
- Esoscheletri passivi che sfruttano elementi meccanici ed elastici capaci di accumulare e restituire energia durante il movimento e che quindi non dispongono di una vera motorizzazione
- Esoscheletri semi-attivi che invece utilizzano piccoli motori o sistemi di regolazione per modificare o attivare l’assistenza quando necessario.
- Esoscheletri attivi, dotati di attuatori elettromeccanici, pneumatici o idraulici che possono fornire direttamente energia al movimento attraverso sensori e sistemi di controllo.
La classificazione tra passivi, semi-attivi e attivi è riportata anche nella documentazione Inail dedicata agli esoscheletri occupazionali. La scelta, di conseguenza, non può essere fatta semplicemente confrontando modelli e prestazioni tecniche. Deve partire dalla mansione da assistere.
Dove possono essere utili in un magazzino
In logistica le possibili applicazioni sono numerose, ma non tutte le attività sono automaticamente adatte.
Pensiamo a un operatore impegnato nella preparazione degli ordini che deve effettuare numerosi prelievi da livelli bassi, oppure a una lavorazione in cui determinati componenti devono essere manipolati mantenendo a lungo le braccia sollevate. O ancora alle attività nelle quali il collo viene movimentato manualmente perché forma, frequenza o variabilità rendono difficile automatizzare completamente il processo.
In situazioni di questo tipo un esoscheletro può contribuire ad alleggerire alcuni gruppi muscolari e a ridurre l’affaticamento.
Esiste già anche una sperimentazione italiana direttamente collegata alla logistica: tra le buone pratiche raccolte da Inail compare l’esperienza di Tecnomat, sviluppata nella fase di preparazione degli ordini clienti, caratterizzata dalla movimentazione manuale di colli pesanti o irregolari, dalla variabilità delle operazioni e dalla presenza di movimenti ripetitivi che interessano schiena e arti superiori.
È un esempio interessante perché mostra quale può essere uno dei principali campi di applicazione della tecnologia: quelle attività ancora difficili da standardizzare o automatizzare completamente. Questo, tuttavia, non significa che l’esoscheletro debba diventare la risposta automatica a ogni movimentazione manuale.
Prima viene l’ergonomia, poi l’esoscheletro
Se un operatore deve piegarsi centinaia di volte perché il materiale è posizionato all’altezza sbagliata, la prima domanda da porsi non è quale esoscheletro acquistare. È se quel materiale possa essere posizionato meglio.
La logica della prevenzione rimane infatti quella tradizionale: intervenire innanzitutto sull’origine del rischio.
Layout, organizzazione delle postazioni, altezza di presa e deposito, ausili alla movimentazione, sollevatori, automazione, rotazione delle attività e organizzazione dei tempi di lavoro continuano ad avere un ruolo prioritario. Anche il documento di partenza indica tra gli strumenti di prevenzione ergonomia, formazione, rotazione delle mansioni, attrezzature idonee e sorveglianza sanitaria.
Lo stesso Inail sottolinea che gli esoscheletri non dovrebbero essere considerati la prima soluzione ergonomica. Prima vanno valutati interventi sull’organizzazione, sul layout e sulle attrezzature; il dispositivo indossabile può entrare in gioco nelle attività gravose che non possono essere eliminate o sufficientemente mitigate attraverso altre misure.
È una distinzione fondamentale. Utilizzare un esoscheletro per consentire a un lavoratore di continuare a svolgere più facilmente una mansione ergonomicamente sbagliata rischierebbe infatti di affrontare l’effetto senza intervenire sulla causa.
Il carico può diminuire in un punto e spostarsi in un altro
C’è poi un’altra ragione per evitare semplificazioni. Il corpo umano è un sistema complesso. Modificare attraverso un dispositivo esterno il modo in cui viene eseguito un movimento può produrre effetti anche su parti del corpo diverse da quella direttamente assistita.
Tra le possibili criticità richiamate dall’Inail figurano proprio un aumento del carico su muscoli non supportati, modificazioni del controllo motorio e dei carichi articolari, maggiore impegno cognitivo, effetti sul metabolismo energetico e sul comfort termico.
Un esoscheletro per la schiena, quindi, non può essere valutato considerando esclusivamente quanto riduca l’attività di alcuni muscoli lombari. Occorre osservare come cambia complessivamente il gesto lavorativo.
Entrano in gioco anche aspetti molto pratici: libertà di movimento, adattamento alle diverse corporature, peso del dispositivo, facilità nel salire e scendere dai mezzi, compatibilità con altri DPI, possibilità di muoversi in spazi ristretti e accettazione da parte degli operatori.
Un dispositivo efficace in laboratorio potrebbe rivelarsi poco utilizzabile se interferisce con la reale organizzazione del magazzino.
Anche la valutazione del rischio deve evolvere
L’arrivo degli esoscheletri pone inoltre un problema tecnico non secondario.
Le metodologie comunemente utilizzate per la valutazione del sovraccarico biomeccanico sono state sviluppate considerando il lavoratore che esegue la mansione senza l’assistenza di un esoscheletro.
Determinare quantitativamente quanto il rischio si riduca quando il dispositivo viene utilizzato non è quindi sempre immediato.
Inail individua proprio nella valutazione del rischio uno dei principali ambiti ancora da sviluppare e segnala la prospettiva di strumenti basati su sensori e sistemi di analisi avanzata per misurare in maniera più puntuale il comportamento del lavoratore durante l’attività.
Un riferimento importante è oggi rappresentato dal rapporto tecnico UNI/TR 11950:2024 – “Sicurezza e salute nell’uso degli esoscheletri occupazionali orientati ad agevolare le attività lavorative”.
Il documento fornisce una terminologia comune, classifica le diverse tipologie di esoscheletro, ne descrive principi progettuali e possibili campi di utilizzo e affronta opportunità e problematiche connesse alla loro introduzione negli ambienti di lavoro.
Non è quindi soltanto il dispositivo a dover essere valutato.
Deve essere studiato il sistema lavoratore-esoscheletro-mansione.
Dalla prova del dispositivo alla prova del processo
Per un’azienda logistica interessata a questa tecnologia, il punto di partenza non dovrebbe quindi essere l’acquisto di un esoscheletro, ma l’analisi delle attività.
Quali sono le operazioni nelle quali si concentra il maggiore impegno fisico? Quali movimenti vengono ripetuti più frequentemente? Esistono posture obbligate? Quanto dura realmente l’esposizione? Sono già state esplorate soluzioni organizzative o meccaniche?
Solo dopo questa analisi può avere senso individuare un dispositivo adatto e sperimentarlo sul campo.
Una corretta introduzione richiede poi il coinvolgimento degli operatori, perché comfort e usabilità diventano elementi decisivi quanto la prestazione tecnica.
Servono formazione, un periodo di adattamento, verifica dell’interazione con attrezzature e DPI e monitoraggio nel tempo. Inail richiama inoltre la necessità di accompagnare l’impiego degli esoscheletri con una formazione specifica e con la sorveglianza sanitaria.
L’obiettivo non dovrebbe essere dimostrare che il dispositivo funziona, ma verificare se funziona in quella specifica mansione, per quegli operatori e all’interno di quel processo logistico.
Una tecnologia interessante proprio dove l’automazione non arriva
Gli esoscheletri occupazionali rappresentano quindi una delle evoluzioni più interessanti dell’ergonomia applicata al lavoro.
In particolare nella logistica, dove convivono magazzini automatizzati e attività ancora fortemente manuali, possono diventare uno strumento aggiuntivo per affrontare quelle lavorazioni nelle quali eliminare completamente lo sforzo fisico non è tecnicamente o organizzativamente possibile.
Sarebbe però un errore contrapporli all’automazione.
Un sollevatore evita al lavoratore di sostenere il peso. Un robot può eliminare del tutto una determinata movimentazione. Un esoscheletro, invece, lascia l’uomo dentro il processo e lo assiste mentre svolge il compito.
Ed è proprio questa caratteristica a determinarne contemporaneamente il valore e il limite.
La prospettiva più interessante non è quindi un magazzino popolato da operatori trasformati in “super lavoratori”, ma un’organizzazione nella quale tecnologia, ergonomia e automazione vengono utilizzate in modo complementare.
L’esoscheletro può essere una parte di questa evoluzione.
A condizione di ricordare che ridurre lo sforzo non significa automaticamente eliminare il rischio.
























